In carcere innocente, scambiato per Matteo Messina Denaro

Tre giorni in carcere da innocente con l’accusa di essere il “Capo dei capi” di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro. È l’incubo vissuto da un ignaro cittadino inglese, arrestato in Olanda mentre era al ristorante con il figlio e un amico, al termine di un blitz della polizia locale in coordinamento con i magistrati italiani. Un incredibile scambio di persona che ha generato una ingiusta detenzione e stava per procurare un grave errore giudiziario.

Sono circa le cinque del pomeriggio di mercoledì 8 settembre 2021 a L’Aia. Davanti all’ingresso del ristorante Het Pleidooi, in pieno centro, piombano sette veicoli delle forze speciali della polizia. Ne scendono diversi agenti con le armi spianate, che fanno irruzione nel locale. All’interno c’è un tavolo attorno al quale ci sono tre persone: i poliziotti fanno tutto in pochi secondi, rivolgono le proprie attenzioni su un uomo in particolare, lo immobilizzano, lo incappucciano e lo portano via ammanettato, sotto gli occhi di una dozzina di altri clienti terrorizzati.

Il blitz, coordinato dalla Procura della città, è stato condotto su richiesta delle autorità italiane, che hanno chiesto alle autorità olandesi l’esecuzione di un ordine di arresto internazionale. Sì, perché secondo i nostri magistrati uno di quei tre uomini seduti tranquillamente al tavolo del ristorante sarebbe Matteo Messina Denaro, il numero uno di Cosa Nostra, il latitante più ricercato d’Italia (si nasconde dal 1993), uno dei più pericolosi criminali secondo tutte le polizie internazionali.

Ma c’è un problema: in realtà, nessuno degli avventori seduti a quel tavolo è davvero il “Capo dei Capi” di Cosa Nostra. È uno scambio di persona, l’uomo sospettato di essere Matteo Messina Denaro è Mark L., 54 anni, un cittadino inglese originario di Liverpool. E, come spiega il suo avvocato Leon van Kleef, non ha nulla a che fare con la mafia.

«È stato un incubo e potrebbe accadere a chiunque», ha detto il legale. «Quando la polizia mi ha spiegato che il motivo per cui il mio cliente era stato arrestato, ho pensato a un tragico scherzo: quest’uomo è nato e cresciuto in Inghilterra, ha uno spiccato accento di Liverpool, doveva essere chiaro dall’inizio che era solo un colossale equivoco. Nemmeno la moglie, quando l’ho sentita per avvisarla di quello che era successo, è riuscita a capacitarsi di come suo marito potesse essere stato scambiato per il capo di Cosa Nostra».

Grande appassionato di Formula Uno, l’uomo era arrivato la settimana precedente in città con il figlio per assistere al Gran Premio di Zandvoort, dopo il quale aveva deciso di rimanere a L’Aia per qualche altro giorno.

L’uomo è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Vught, dov’è rimasto per tre giorni, fino a sabato. E non è stato neanche necessario il test del Dna, perché le autorità italiane hanno riconosciuto che non era lui il super latitante che cercavano. Così Mark L. è stato liberato.

«Se chiederemo un risarcimento per ingiusta detenzione? Ci stiamo ragionando, decideremo nei prossimi giorni», ha concluso l’avvocato van Kleef.

Ma com’è stato possibile uno scambio di persona del genere? E da quale procura italiana è partito l’ordine di arresto internazionale? Il blitz delle forze di polizia olandesi è nato a Trento, il procuratore Sandro Raimondi e la sua squadra di finanzieri della sezione di polizia giudiziaria erano sicuri di aver trovato la pista giusta per catturare l’ultimo grande latitante di Cosa nostra. Gli inquirenti italiani avevano girato ai colleghi olandesi l’indicazione secondo cui la primula rossa di Cosa nostra si sarebbe trovata nel ristorante Het Pleidooi, insieme ad altre due persone. Una volta venuti alla luce l’errore e lo scambio di persona, in Italia si sono creati imbarazzo e malumori, perché prima del blitz la procura di Trento non ha condiviso alcuna informazione con la procura di Palermo e con i reparti speciali di polizia e carabinieri che da anni portano avanti la delicata indagine sul “Capo dei capi” della mafia. Per la segnalazione in Olanda, invece, la complessa macchina delle investigazioni su Messina Denaro non ha saputo nulla prima del blitz di mercoledì. È stata avvertita a cose fatte, quando il latitante sembrava ormai nel sacco.

Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, getta acqua sul fuoco dei malumori e difende il procuratore Raimondi: «Abbiamo operato in maniera corretta. Se l’indagine di Trento avesse avuto profili di sovrapposizione con l’inchiesta della procura di Palermo allora sarebbe stato dovuto il coinvolgimento anche di quell’ufficio. Ma l’indagine di Trento, che non riguardava il latitante, era fondata su fatti autonomi. In nessun modo si è intaccato il lavoro dei colleghi di Palermo, perché si è operato in un contesto del tutto avulso e separato ».

Resta il sospetto di un conflitto e di una sovrapposizione di competenze tra Procure, che avrebbe potuto causare un danno irreparabile nei confronti di un cittadino innocente.

 

da errorigiudiziari.com

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