carcere rossanoCon Enza Bruno Bossio e il radicale Emilio Quintieri

Il giorno di Natale una delegazione del circolo GD Cosenza F. Aldrovandi, composta da Gaspare Galli e Francesco Adamo, si è recata, accompagnando l'On. Enza Bruno Bossio assieme ad Emilio Quintieri dei Radicali, ad una visita ispettiva presso il carcere di Rossano. La visita coincideva col ‪‎Satyagraha‬ di Natale radicale: i detenuti, in protesta verso le condizioni di detenzione, hanno aderito allo sciopero della fame promosso da Marco Pannella, rifiutando e devolvendo il cibo del carcere in beneficenza.

Quella di Rossano è una casa di reclusione, perciò al suo interno ospita molti detenuti in regime di massima sicurezza: ergastolani, ergastolani ostativi,

persone, anche da oltre trent'anni in stato di detenzione e che però non riescono ad ottenere benefici previsti per legge quali l'anticipo di fine pena - anche quando trattasi di poche settimane. Nonostante sia evidente che un detenuto condannato in via definitiva stia scontando il prezzo di un reato commesso, evidente appare pure quanto drammatica e disumana sia la condizione in cui tali detenuti giacciono, condizione rimproverataci dalla stessa Unione Europea. La legge italiana sul risarcimento per le condizioni di sovraffollamento carcerario -qui i detenuti vivono anche in cinque o sei in celle minuscole- e' evidentemente lettera morta. Per non parlare delle condizioni sanitarie che, sebbene meno precarie dell'ultima volta nella quale avevo avuto modo di prenderne atto, certamente permangono discutibili.

Noi ci sentiamo di dichiarare con forza la nostra convinzione che un detenuto non debba scontare doppiamente la pena: l'impossibilità di lavorare, l'impossibilità di scrivere, l'impossibilità di usare computer, la privazione di una adeguata socializzazione, le condizioni disumane non fanno che abbrutire ed allontanano dal fine ultimo che è quello che la nostra democrazia demanda agli istituti di pena: la rieducazione tesa al reinserimento del reo in società. Tale reinserimento e' concepibile una volta che la società si è pacificata con chi la sua pace ha turbato. Ma come può dirsi appagata o, di più, democratica, una società che vessa chi già sta scontando la sua pena? È come può sperare di dirsi rieducato un detenuto che trascorre anche più di trent'anni in tali disumane condizioni?

Cercheremo di farci portatori di informazioni su queste condizioni perché crediamo fermamente che lo stato di salute di una società democratica si veda dal modo in cui essa tratta gli ultimi ed i più deboli. A tal proposito non mancherà il nostro supporto al prossimo responsabile provinciale giustizia, legalità e carceri, come annunciato dal nostro segretario Michele Rizzuti. Supporto che si rende ancor più necessario nella prossima istituzione di un Garante dei detenuti, che è uno dei primi punti nel programma di Mario Oliverio.

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