Riforma della Giustizia, riduzione dei processi e depenalizzazioni

Categoria: Giustizia
Data pubblicazione
Scritto da Sabatino Savaglio

In Italia ci sono 9 milioni di processi arretrati e per ottenere una sentenza definitiva è necessario attendere 10 anni. Se da un lato il 70% dei furti e l’80% degli omicidi rimane impunito, dall’altro ogni anno 170mila processi cadono in prescrizione. La prescrizione può essere definita come un’amnistia strisciante (perché non votata e non decisa ufficialmente da alcuno) e classista, per ricchi (perché quasi sempre favorisce solo chi può permettersi buoni avvocati).

Questo è il disastro dell’amministrazione della giustizia italiana, che pesa anche sull’economia: quale imprenditore investirebbe dove i tempi della giustizia sono incompatibili con quelli del mercato? Da 25 anni le corti europee condannano l’Italia perché contro la giurisdizione, il diritto europeo e i diritti umani dell’Onu e per il quinto anno consecutivo il nostro Paese ha conquistato il primato per il maggior numero di sentenze della Corte europea rimaste inapplicate: il nostro Stato è considerato un criminale abituale!

Le conseguenze più drammatiche sono evidenti nelle carceri: circa 60mila reclusi per 45mila posti regolamentari; senza considerare che il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio e almeno la metà risulterà innocente. Le denunce a carico del nostro Paese alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per ingiusta detenzione o per errore giudiziario sono oltre 2.000 all’anno. 

La soluzione più efficiente sarebbe quella che per anni hanno proposto (e continuano periodicamente a proporre) i Radicali e pochi altri: un provvedimento generalizzato di amnistia inserito in un progetto più ampio di generale riforma della Giustizia. 

Riforma della giustizia che possa avere immediata efficacia nel far ripartire l’intero sistema.

L’amnistia realizzerebbe immediatamente quanto ci viene chiesto da norme e condanne europee. Non si tratterebbe di un “gesto di clemenza”, ma di un atto per ristabilire la legalità costituzionale nei tribunali e nelle carceri di un Paese in cui essa viene sistematicamente violata. Per questo motivo da anni ormai i Radicali, nelle loro diverse organizzazioni, svolgono una serie di battaglie per promuovere l’amnistia propedeutica a una grande Riforma della giustizia penale e civile, la cui paralisi penalizza i cittadini e le imprese, scoraggia gli investimenti esteri e comporta costi enormi per la società e l’economia nazionale.

La prescrizione, che si vorrebbe ulteriormente dilatare nei tempi, è invece una profonda ingiustizia. E’ la strada che viene scelta da difensori e imputati con atteggiamenti e strategie dilatorie, non solo – e non tanto – quando si è di fronte ad una certezza di colpevolezza ma soprattutto quando c’è l’impossibilità di dimostrare l’insussistenza del reato e/o l’innocenza. Ma la prescrizione è anche quello strumento in mano ai pubblici ministeri che senza alcuna regola – quando in buona fede – decidono quali inchieste portare avanti per giungere ad una sentenza e quale invece lasciar morire ed ammuffire nei polverosi armadi dei palazzi di giustizia.

L’inserimento costante da parte del legislatore di nuovi reati o fattispecie di reato, spesso sull’onda di strumentali campagne di stampa, risponde solo a motivazioni di tipo ideologico, senza nessun effetto reale nella società.

L’altra vexata quaestio è quella della legalizzazione delle droghe leggere. Ormai nella convinzione anche di molti magistrati e operatori di polizia. Solo poche settimane fa, persino la Direzione nazionale antimafia, ha confermato la necessità, e non solo l’opportunità, di intraprendere questa strada.

«Sembra coerente l'adozione di una rigorosa e chiara politica di legalizzazione della vendita della cannabis, accompagnata da una parallela azione a livello internazionale, e, in particolare europeo, che consenta la creazione, in prospettiva, di una più ampia aerea in cui il fenomeno sia regolato in modo omogeno». Così è infatti scritto nella Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, presentata a giugno al Senato dal procuratore Nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti. Una prospettiva «favorevole alla legalizzazione prendendo atto sulla base di numeri, fatti, indagini e processi in nostro possesso - si sottolinea nella Relazione - del fallimento delle politiche proibizioniste».

Nel nostro Paese invece, sia sulle droghe sia su altro, si preferisce continuare ad insistere su strategie di penalizzazione per comportamenti sicuramente negativi ma che sarebbe opportuno perseguire con altri strumenti e non con quelli di una ingolfata giustizia penale.

 

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