Inviate le prime 35mila firme contro l'ergastolo ostativo

Categoria: Giustizia
Data pubblicazione
Scritto da redazione

In Italia esistono due tipi di ergastolo: quello ordinario e quello "ostativo". Il primo concede al condannato la possibilità di usufruire di permessi premio, semilibertà o liberazione condizionale. Il secondo che, è invece un regime di eccezione, nega al detenuto ogni beneficio penitenziario, a meno che non sia un collaboratore di giustizia.

carcereOstativo è uno status particolare di quei detenuti (non necessariamente ergastolani) che si trovano ristretti in carcere a causa di particolari reati classificati efferati dal nostro ordinamento giuridico: associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.), sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c. p.) ma anche associazione finalizzata al traffico di droga (art. 74 D.P.R. n. 309/1990), ed altri; Le condanne per tali reati impediscono la concessione dei benefici previsti dalla legge (ad esempio: assegnazione lavoro all'esterno; permessi premio; misure alternative alla detenzione; affidamento in prova, detenzione domiciliare, ecc. ). I detenuti all'ergastolo ostativo possono rientrare nel regime normale solo nel caso che essi diventino collaboratori di giustizia.

E' evidente il contrasto tra l'ergastolo ostativo, regolato dall'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario e l'art. 27 della Costituzione: tale articolo, al  comma 3 recita infatti: "Le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato". 

Questa forma di ergastolo è in contrasto anche con la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che nel 2013 ha stabilito che tale pena viola i diritti umani quando la scarcerazione sia espressamente proibita o quando non sia previsto nell'ordinamento che, non oltre i 25 anni di detenzione, il condannato possa chiedere a un organismo indipendente dal governo una revisione della sentenza o un alleggerimento di pena.

Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, Al Presidente del collegio del Garante nazionale Mauro Palma e ai membri Emilia Rossi e Daniela de Robert

oggetto: sullo sciopero collettivo contro l'ergastolo ostativo – 4bis. 1 OP

Come le SS. LL. ben sapranno dal primo giugno migliaia di detenuti nelle carceri di Catanzaro, Saluzzo, Sulmona, Rossano, Vibo Valentia, Bologna, Voghera, Milano Opera, Parma, Paola, Terni e molte altre che hanno inviato le firme direttamente al Ministero della Giustizia stanno attuando uno sciopero pacifico per chiedere il superamento dell'ostatività dell'ergastolo. Detenuti, ergastolani e non, che stanno lottando per avere la speranza del futuro. Sciopero che andrà avanti ad oltranza fino a che non ci sarà una risposta da parte delle SS. LL. 

Lo sciopero è supportato da una raccolta firme, ancora in corso, che ha già registrato l'adesione di ben oltre 35.000 cittadini tra cui possiamo evidenziare l'adesione dell'Unione Camere Penali Italiane, dell'associazione Forense “Mobilitazione generale degli Avvocati”, diverse camere penali territoriali quali Cosenza, Bolzano, Milano e Reggio Calabria. Decine di associazioni, docenti universitari, sindaci, forze politiche e migliaia di liberi cittadini che, tutti assieme, chiedono la fine della pena perpetua perché in uno Stato di Diritto non ci può essere spazio per la vendetta e l'ergastolo ostativo è vendetta perché incostituzionale e disumano. 

Sulla scorta dei principi fondamentali della Costituzione italiana e con riferimento alle Regole minime per il trattamento dei detenuti, approvate dalle Nazioni Unite nel 1955 e ribadite dal Consiglio d'Europa nella raccomandazione del 1973, il concetto di esecuzione penale va inteso come occasione di recupero sociale. Infatti, il 3° comma dell'art. 27 della Costituzione afferma che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". L'articolo pone l'accento sull'esigenza che la pena favorisca il recupero del condannato al fine di reinserirlo nel contesto sociale dopo aver espiato. Anche la giurisprudenza costituzionale, nella sentenza n. 12 del 1966, afferma che l'afflitività della pena non deve superare il punto oltre il quale si lede il principio di umanità stessa. Istanze di umanizzazione della pena, oltre ad essere contenute nella Costituzione, trovano ampio riscontro nelle carte e nelle convenzioni internazionali sui diritti dell'uomo. Non vi è dubbio dunque che la pena, accanto all'obiettivo custodialistico, debba avere una finalità rieducativa.

In Italia vi sono ergastolani che hanno già scontato da 20 a 40 anni di detenzione e con un FINE PENA MAI e dunque con nessuna probabilità di tornare in libertà in quanto destinati, del tutto arbitrariamente - come dimostrato da ultimo nella tesi di laurea di Claudio Conte "Profili costituzionali in tema di ergastolo ostativo e benefici penitenziari"- a morire in carcere in base all'art. 4 bis, comma 1 dell'O.P., introdotto oltre 20 anni fa quale legge emergenziale ma mai più rivisto dal legislatore. Persone profondamente cambiate rispetto a 20, 30, 40 anni. 

La dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, all'art. 5 recita: "nessun uomo potrà essere sottoposto a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti". La Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto il fine pena mai trattamento inumano e degradante, affermando che l'ergastolo senza possibilità di revisione della pena è una violazione dei diritti umani, poiché l'impossibilità della scarcerazione è considerata un trattamento inumano contro il prigioniero, con conseguente violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

Con l'auspicio che teniate in debita considerazione quanto fin'ora rappresentato vogliate gradire i nostri più cordiali saluti

Associazione Yairaiha Onlus - Cosenza

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