tribunale di CosenzaPasserà alla storia della nostra città come l’anno dell’ingiustizia. Per quanti ancora credono nel valore della legalità, il 2015 rappresenta una mazzata. Coloro i quali invece non hanno mai riposto aspettative di verità nei tribunali italiani, incassano solo l’ennesima conferma del loro scetticismo.

Si sono conclusi procedimenti giudiziari importanti, vicende diverse l’una dall’altra, nella genesi, nell’ambientazione dei delitti veri o presunti, nei moventi. Eppure sono storie accomunate da un unico drammatico epilogo: la mancata risposta alle domande poste dalle vittime, dai loro congiunti, da tutti i cosentini e le cosentine.

 

È dovuta emigrare nelle aule di giustizia catanzaresi e romane per ottenere verità la vicenda di Padre Fedele Bisceglia. Negli anni passati, nel tribunale di Cosenza il frate francescano aveva incontrato soltanto accuse prive di fondamento e una pesante sentenza di condanna ribadita nel primo giudizio d’appello celebrato nel capoluogo calabrese. Invece nel 2015 a Catanzaro ha ottenuto un’assoluzione piena per i reati diabolici che gli venivano contestati. Già l’anno prima, a Roma, la corte di Cassazione aveva dato ragione ai suoi legali che nutrono forti dubbi sulle modalità con cui gli inquirenti cosentini condussero le indagini. Per porre la parola “fine” bisognerà aspettare ancora l’ultimo grado di giudizio, che è verosimile sarà celebrato nel 2016. Rimane però aperta la questione dell’Oasi Francescana, fondata più di due decenni fa dal “monaco”. Ne è stato espropriato. 

Su un altro importante caso nella storia di Cosenza è stato posto il sigillo dell’archiviazione: la morte del calciatore Denis Bergamini. Titolare dell’inchiesta non è la procura bruzia, bensì quella di Castrovillari. E da qualche giorno ha ripreso a rimbalzare la notizia di una probabile riapertura dei fascicoli. Sarebbe la quarta in tre decenni. Rimangono le ombre su quanti svolsero le indagini all’epoca del decesso, molti dei quali provenienti dalle strutture d’intelligence della città e del circondario. Restano senza risposta molte delle strazianti domande della famiglia Bergamini.

Neanche del più mostruoso di tutti i delitti avvenuti nel ‘900 in questo angolo di pianeta, quello della studentessa Roberta Lanzino, il tribunale di Cosenza è riuscito a individuare i responsabili. Qualsiasi commento avrebbe l’ineluttabile tono della retorica strumentalizzante. La cittadinanza tutta si chiede come sia possibile che gli inquirenti responsabili delle indagini nei giorni che seguirono l’omicidio, abbiano fatto addirittura carriera!

Difficile quantificare i morti di tumore nelle zone comprese tra Rende e Montalto. I loro familiari, i comitati per la bonifica dei terreni dell’ex Legnochimica, puntano il dito contro il tribunale di Cosenza. Possibile che non uno solo dei responsabili di tanta devastazione ambientale abbia pagato?

C’è una vicenda però, almeno una e una sola, in cui la procura bruzia si è rivelata puntuale, zelante, determinata, manifestando tutto “il senso dello Stato”: la chiusura e la censura di iacchite. Ma in proposito i cosentini e le cosentine hanno ben pochi quesiti da porre. A volte il silenzio è più interrogativo di mille domande.

di Claudio Dionesalvi (inviatodanessuno.it)

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