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strage Fiumicino 1985Il terrorismo internazionale. escludendo in questa sede le eventuali regie straniere nella stagione delle stragi e negli anni di piombo, negli ultimi tre decenni ha per fortuna escluso il nostro Paese tra i suoi obiettivi. E ci auguriamo, ovviamente, che tale tendenza non si inverta.

In tutti i casi i bersagli presi di mira non sono mai stati direttamente gli italiani, anche se nel controverso caso del 1973 alcune vittime italiane ci furono.

L'ultima vera e propria azione terroristica sul territorio italiano fu la "strage di Fiumicino'. il 27 dicembre 1985 il gruppo palestinese estremista facente capo ad Abu Nidal, assaltò contemporaneamente l'aeroporto di Roma-Fiumicino e quello di Vienna, uccidendo un totale di 13 persone. Rimasero uccisi anche i 4 terroristi tra gli autori dei due attentati. I feriti furono oltre 100. I due attacchi ebbero luogo con una differenza di pochi minuti l'uno dall'altro alle 9.15 circa.

 

A Fiumicino l'azione terroristica fu perpetrata da uomini armati che, dopo aver gettato bombe a mano, aprirono il fuoco con raffiche di mitra sui passeggeri in coda per il check-in dei bagagli presso gli sportelli della compagnia aerea nazionale israeliana El Al e della americana TWA, scegliendo le loro vittime in modo indiscriminato. Nell'attacco morirono 13 persone, inclusi i terroristi (stando all'ordinanza di rinvio a giudizio n.368/86, quattro statunitensi, due messicani, due italiani, una cittadina greca, un algerino e tre terroristi arabi dalla nazionalità ancora oggi indefinita). I terroristi che parteciparono alla strage di Fiumicino furono in totale quattro: tre di essi furono uccisi dalle guardie della sicurezza aeroportuale nel corso dell'azione e uno, il capo del commando Mohammed Sharam, fu catturato vivo.

Secondo l'ammiraglio Fulvio Martini, all'epoca direttore del SISMI (l'allora servizio segreto militare), i servizi italiani erano stati avvertiti fin dal 10 dicembre della possibilità di un attentato e poi, grazie alle informazioni ricevute dai servizi di un paese arabo amico, il 19 dicembre erano riusciti a restringere il periodo temporale in cui sarebbe avvenuto tra il 25 e il 31 dicembre e ad individuare il bersaglio nell'aeroporto di Fiumicino. Stando a quanto afferma l'ammiraglio, sia le forze di polizia italiane che i servizi alleati furono avvertiti. Gli stessi israeliani, dopo questo avvertimento, fecero appostare diversi tiratori scelti in difesa della postazione della compagnia El Al. Furono poi questi tiratori tra i primi ad aprire il fuoco sugli attentatori. Tuttavia, sempre secondo Martini, qualcosa non funzionò nella gestione delle forze dell'ordine italiane e nonostante le informazioni ottenute con più di una settimana di anticipo l'azione dei terroristi non venne fermata in tempo.

Sempre nel 1985 avvenne il dirottamento della nave italiana "Achille Lauro". Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, l'Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini dell'equipaggio. Dopo frenetiche trattative diplomatiche, si giunse in un primo momento ad una positiva conclusione della vicenda, grazie all'intercessione dell'Egitto, dell'OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell'invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell'immunità. 

Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino statunitense, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l'episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. 

Dopo aver lasciato Alessandria d'Egitto e aver effettuato uno scalo in Grecia, l'Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un'informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell'informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile controllare il contenuto

Più controversa è la storia di un'attentato (o uno scontro?), forse anche questo di matrice palestinese, verificatosi sempre a Fiumicino il 17 dicembre 1973. Fatti che sarebbero citati anche nel memoriale di Aldo Moro e riportati in ballo dalla commissione Mitrochin. 

Nella tarda mattinata di lunedì 17 dicembre, da un volo proveniente dalla Spagna, all'aeroporto di Fiumicino atterrano cinque persone (anche se le testimonianze sul numero sono contrastanti, con bagagli a mano contenenti armi. Alle 12,51 raggiunta la barriera di sicurezza al molo ovest, estraggono le armi dai bagagli e si dividono in due commando. Un gruppo con i mitra puntati prende in ostaggio sei agenti spingendoli verso la rampa 14; l’altro gruppo corre verso l’uscita 10, abbatte la vetrata a raffiche di mitra e scende in pista. Nelle piazzole prospicienti il molo ovest, si trovano in quel momento tre aeromobili: l’Air France volo 142 per Beirut-Damasco (partenza prevista alle 13,25), il Lufthansa volo 303 per Monaco (partenza prevista alle 12,35), il Pan American volo 110 per Beirut-Teheran (partenza prevista alle 12,45). Da notare la tragica casualità. Se i voli fossero partiti in orario, sulla pista sarebbe stato presente solo l’aereo dell’Air France che fu l’unico a non subire alcun danno dall’azione terroristica.

Il gruppo sceso in pista dall’uscita 10, si dirige sparando verso l’aereo della Pan Am, sale sulle scale mobili ancora appoggiate ai portelli di prua e di poppa e getta all’interno dell’aereo alcune bombe incendiarie al fosforo. L’aereo coi serbatoi pieni si incendia istantaneamente. All’interno ci sono 59 passeggeri e 10 membri dell’equipaggio. Moriranno carbonizzati 28 passeggeri e una hostess. Sedici persone verranno ricoverate negli ospedali romani. Una di queste, Raffaele Narciso, morirà per le ustioni poco dopo. Il secondo commando raccoglie lungo il percorso che li divide dall’aereo della Lufthansa, altri ostaggi: il caposquadra della società ASA, Domenico Ippoliti di 21 anni che verrà poi ucciso in aereo e lasciato ad Atene, la groundhostess della compagnia tedesca Hanel Hella e l’impiegato della stessa compagnia Rosenbusch Ubrich. Tentano di far salire a bordo anche il finanziere Antonio Zara che svolgeva il suo servizio di vigilanza doganale sotto la plancia del velivolo, ma forse per una sua reazione istintiva venne prima bloccato facendogli scendere il cappotto sulle braccia e poi, dopo avergli fatto segno di allontanarsi, venne freddato con una raffica di mitra. Saliti a bordo dell’aereo Lufthansa anche i componenti del primo commando, l’aereo si appresta a decollare. Alle 13,32, solo 41 minuti dall’inizio dell’operazione, l’aereo decolla con destinazione Atene. Trattative col governo ellenico per la liberazione di due terroristi palestinesi in carcere in Grecia non danno esito. Dopo 16 ore di permanenza ad Atene e dopo aver scaricato sulla pista il cadavere di Ippoliti, l’aereo riparte. Beirut e Cipro rifiutano l’atterraggio, così i terroristi ripiegano su Damasco. Dopo lunghe trattative l’aereo riparte per la sua ultima destinazione: Kuwait dove nella serata del 18 verranno liberati gli ostaggi sopravvissuti ed arrestati i terroristi.

Diverso è ovviamente il caso dell'attentato a Giovanni Paolo II. Il 13 maggio 1981, pochi minuti dopo l'ingresso di Wojtyła in piazza San Pietro per l'udienza generale, Ali Ağca - militante dell'organizzazione turca di estrema destra denominata "Lupi Grigi" - sparò due colpi di pistola al Papa. Pur riuscendo a raggiungere il colonnato di piazza San Pietro con l'intento di fuggire dal luogo dell'attentato, venne costretto a fermarsi da alcuni astanti. Facendo cadere inavvertitamente la pistola a terra urtando con il braccio una suora lì presente e rimanendo quindi disarmato poté essere arrestato facilmente dalle forze dell'ordine. Riprese la corsa ma ormai disarmato venne bloccato e arrestato nel colonnato. Wojtyła fu presto soccorso e sopravvisse e dopo l'attentato fu sottoposto a un intervento di 5 ore e 30 minuti.

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