Gli Amanti del Sole

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matteo renzidi Massimo Bassetti

La recente approvazione del “Jobs Act” da parte del governo ha resuscitato, nel dibattito pubblico, una serie di miti, luoghi comuni e patenti falsità, tale da richiedere una bell’elettroshock di verità. Iniziamo con l’analizzare gli effetti dell’imposizione per legge di minimi salariali. Questi risultano essere decisamente dannosi per gli stessi lavoratori, poiché rallentando il meccanismo di accumulazione del capitale – vera causa dell’accrescimento della produttività del lavoro – si traducono in minori salari reali.

Dunque il salario minimo non solo non è utile, bensì addirittura rende più difficile il raggiungimento di maggiori salari da parte dei lavoratori. Una dimostrazione di ciò la troviamo, ad esempio, nel caso degli Usa, dove i salari reali si quadruplicarono tra il 1820 e il 1914, in assenza di qualsivoglia legislazione sul salario minimo (introdotta solo successivamente, negli anni ’30), nonché in presenza di tasso di sindacalizzazione irrisorio. Aumentando il salario minimo si aumenta il costo del lavoro e ciò genera disoccupazione eminentemente tra quei lavoratori che presentano i minori livelli di produttività, ossia tra i più deboli. Ma neanche i lavoratori che mantengono il posto vedono aumentare i propri salari, giacché nel breve periodo si definiscono aggiustamenti al ribasso nel numero di ore lavorate e nelle gratificazioni straordinarie, mentre nel lungo periodo l’aumento del salario minimo sarà totalmente compensato dai mancati aumenti del salario stesso. Infine, va sottolineato che l’idea stessa del salario minimo nasce viziata dalla mistificazione secondo cui gli imprenditori possono “coalizzarsi” per mantenere i salari al di sotto del loro livello concorrenziale. 

Tuttavia tale affermazione è del tutto irragionevole, basti pensare al numero di imprese esistenti, ad esempio, in Italia, dove superano i quattro milioni. Dallo stesso confuso calderone di idee nel quale abbiamo trovato la legislazione sul salario minimo possiamo estrarre un’altra proposta, quella del numero massimo di ore lavorative. In tutti i paesi sviluppati l’aumento della produttività del lavoro ha generato il fenomeno spontaneo (non decretato per legge) della diminuzione delle ore lavorate, dovuto al fatto che, grazie ai maggiori salari, le persone hanno generalmente preferito godere di più tempo libero piuttosto che aumentare o mantenere costante il numero di ore dedicate al lavoro. Tuttavia il nesso di causalità va dall’aumento della produttività alla diminuzione volontaria e graduale delle ore lavorate, mentre qualsiasi legislazione sul numero massimo di ore di lavoro non porta con sé alcun aumento della produttività e, pertanto, genera una riduzione indesiderata degli ingressi dei lavoratori, che vengono per di più colpiti dalle improvvise difficoltà organizzative cui devono far fronte le imprese. Anche in questo caso, quindi, la strada da seguire è quella della libertà contrattuale e del conseguente spontaneo aumento della produttività del lavoro. 

Vediamo, quindi, gli effetti generati dalle leggi che impediscono la libertà contrattuale nel mercato del lavoro, ossia dalle cosiddette regolamentazioni “contro i licenziamenti”. Quando assumono un lavoratore, le imprese si trovano di fronte a un problema di informazione asimmetrica: non conoscono le qualità reali del lavoratore. È tanto evidente che obbligarle ad assumere a scatola chiusa un lavoratore comporterebbe una riduzione catastrofica delle assunzioni, che ovunque vigono forme contrattuali che prevedono periodi di prova o un tipo di occupazione a tempo determinato. Al problema di informazione asimmetrica si aggiunge un problema di rischio morale: se si impedisce all’impresa di stipulare liberamente con il lavoratore un contratto in cui sia prevista la possibilità di licenziamento, il lavoratore, sapendo di non poter essere licenziato, probabilmente mostrerà un livello di impegno inferiore a quello che potrebbe effettivamente assicurare. Per di più, nel caso in cui un’impresa dovesse trovarsi in una situazione difficile, privata com'è sia della possibilità di ridurre i salari che di quella di licenziare, non potrà far altro che chiudere, con danni ben maggiori per tutti. Infine, poniamoci una domanda: chi risulterà maggiormente danneggiato dalla rigidità in materia contrattuale? Ebbene la risposta è: gli imprenditori e i lavoratori “buoni”. Difatti, aumentando i costi di transizione da un posto di lavoro all’altro, la legislazione in materia di lavoro rende più difficile e più rischioso per un lavoratore cambiare lavoro. Se un buon lavoratore si trova inserito in un’impresa gestita da un cattivo imprenditore, avrà molta più paura di abbandonare il lavoro per andarsi a cercare un buon imprenditore. D’altro canto, un cattivo lavoratore non potrà essere licenziato dall'imprenditore, il quale pertanto non potrà liberarsene per assumere un lavoratore maggiormente degno della propria fiducia e del posto. 

Non è mai superfluo ricordare che è tanto vero che un lavoratore apprezza un buon posto di lavoro e quindi un buon imprenditore, quanto è vero che un imprenditore apprezza un buon lavoratore, e che ha tutto l’interesse a tenerselo stretto. Insomma, per garantire che i salari crescano costantemente e che le condizioni di vita di milioni di lavoratori possano intraprendere la strada del miglioramento continuo, la strada è quella della libertà contrattuale e dell’assenza di intervento governativo.

da notizie.radicali.it

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