Sono incalzanti e ripetuti, in questi giorni, i commenti alle foto della stazione degli autobus di Cosenza che ritraggono centinaia di giovani che dopo le feste natalizie ripartono, spesso per Roma o per le grandi città del nord, dopo le feste natalizie.

Commenti che spesso sottolineano come la Calabria sia una terra senza speranza e con le colpe addossate, com'è di moda, ad una classe politica corrotta, egoista ed incapace riguardo al bene comune e, forse ancora più banalmente, alla onnipresente 'ndrangheta.

Che i giovani, per studiare, vadano fuori regione non è di per sé un fatto negativo. Tutt'altro. L'abitudine di iscriversi ad una università fuori dal proprio Stato di nascita è negli USA, quasi una regola non scritta. In Europa da più di 30 anni ormai sono state istituzionalizzate esperienze come l'Erasmus e simili, in cui una parte del proprio percorso di studi è svolto in un diverso Stato europeo. Il problema noto e ricorrente è quello che chi dalla Calabria va fuori a studiare quasi sempre non ritorna. E lo stesso avviene per chi dall'Italia va a compiere, magari dopo il conseguimento di laurea e anche master o dottorati di ricerca, esperienze di lavoro all'estero. Il punto è che in Calabria, ed in una certa misura anche in Italia, non si ritorna.

La questione diventa più grave per chi dalla Calabria parte per andare fuori a lavorare e non ha nessuna speranza di ritornare. Una partenza che è quasi sempre più una costrizione che non una scelta. E' il destino di tutte le regioni più periferiche, anche più paradossale in un modo ormai declinato come villaggio globale in cui le interconnessioni sono un dato di fatto. Ancora più grave in una Regione che diventa sempre più periferia demograficamente in calo, non solo per il calo delle nascite ed il conseguente invecchiamento della popolazione ma anche per la nuova emigrazione. Dei poco più di due milioni di abitanti ancora residenti in Calabria al 1° gennaio del 2010 ad un numero di residenti di 1.950.000 al 1° agosto 2017. 

E' vera la responsabilità della classe politica che sembra essersi accorta di questo dato solo a ridosso delle ultime elezioni regionali quando per effetto della riduzione della popolazione il numero di consiglieri regionali da eleggere si ridusse da 40 a 30. E soprattutto è vero che c'è una carenza di qualsiasi tipo di politica efficace ed efficiente che può garantire ad adeguato livello di lavoro solo attraverso una reale crescita economica.

In Calabria manca una qualsiasi ipotesi di sviluppo economico. Quando si parla di occupazione si cercano solo soluzioni nel campo del lavoro assistito, dove non c'è più neanche l'ipoteca redistribuzione dei redditi programmata in base al contributo lavorativo alla produzione ma solo con ipotesi di distribuzione di fondi pubblici (soprattutto europei) per garantire minime condizioni di sopravvivenza a chi ha la "fortuna" di entrare nei gruppi di beneficiati dal sistema.

Le (poche) aziende che perseguono l'ipotesi di crescere in Calabria sono spesso ostacolate. Le motivazioni e le forme sono note. Gli imprenditori che puntano a crescere sono ostacolati da più fronti. Da un lato la criminalità 'ndranghetista nelle sue varie forme: racket, obbligo di forniture da imprese infiltrate o gestite direttamente da famiglie mafiose, imposizioni nella scelta del personale. Dall'altro il sistema dello Stato con controlli e sanzioni spesso vessatori: dove le aziende che producono sono poche i controlli sono concentrati e molte volte estremamente pretenziosi verso l'assolvimento di obblighi più formali che sostanziali. Una logica che porta molti imprenditori, tutti sostanzialmente piccoli, a sentirsi circondati ed assediati.

La deriva ovvia è quella di una regione in cui si sta bene solo da pensionati o da dipendenti pubblici. In fin dei conti una regione senza speranza.

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