Lo sviluppo dal basso in Sebregondi - La democrazia diretta

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La democrazia diretta

A questo punto, Sebregondi affronta i problemi della ‘democrazia diretta’ tanto consona alla mentalità e all’organizzazione istituzionale dei popoli anglosassoni, e così poco di casa fra altri popoli, specie latini. Ma anche per questi il problema dell’organizzazione di nuovi istituti di democrazia diretta avrebbe dovuto porsi, dal momento che in tutti i paesi lo Stato si stava trasformando, “da spettatore o regolatore delle iniziative altrui, in attivo e autonomo operatore”.

Insomma, egli è convinto che se si vuole intervenire per lo sviluppo di una comunità, sia essa nazionale, sub-nazionale o locale, bisogna discuterne con la comunità. E questa, per poter discutere, deve organizzarsi, prepararsi, darsi forme adeguate di partecipazione e di rappresentanza.

Nelle pagine esaminate da Caputo, c’è la visione – per quanto embrionale – di un nuovo sistema di governance, in cui si intrecciano: da una parte, lo Stato garante e promotore dello sviluppo e le comunità organizzate con forme specifiche di rappresentanza diretta e, dall’altra parte, i diversi livelli della democrazia rappresentativa. La modernità di questa visione è sorprendente: un modello articolato di governance di questo tipo sarà sperimentato e in parte attuato nelle politiche di coesione regionale dell’Unione Europea. Si tratta del sistema di governance multilivello, comprensivo di forme di democrazia diretta (i gruppi Leader), in cui i piani d’azione locale sono sottoposti a processi di messa a punto e verifica orizzontali e verticali, con la partecipazione dei vari livelli territoriali e di diverse aggregazioni di cittadini.

Sebregondi scrive: “Si tratta di promuovere quella nuova forma di organizzazione dei cittadini che solleciti, guidi ed esprima il formarsi di un’autonoma capacità tecnica, politica e giuridica dei cittadini stessi a concorrere alla determinazione della politica di sviluppo economico e sociale: ciò può e deve farsi senza pretendere di sostituire ed eliminare i partiti e i sindacati, bensì liberando tali organizzazioni da compiti che sono loro impropri , e rendendo perciò stesso più sane e più ampie le condizioni della loro specifica attività”.

Come si è già detto, il contesto italiano non valorizzò le sue elaborazioni. Forse le sue proposte politiche erano troppo laiche, in un contesto nel quale lo scontro tra democristiani e comunisti era dominante e sembrava difficile concepire uno sviluppo che dovesse essere tenuto “al riparo dall’invadenza dei partiti”. Forse dal punto di vista teorico era troppo spregiudicato e attingeva al marxismo, al keynesianesimo, agli scritti di diversi economisti anglosassoni contemporanei e pianificatori di ogni parte del mondo, in un contesto accademico ancora ingessato, nel quadro di un dibattito economico dominato dal confronto tormentato tra Marx, i classici e i neoclassici.

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