Lo sviluppo dal basso in Sebregondi - I rapporti con Economie et Humanisme

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I rapporti con Economie et Humanisme

Sebregondi s’era, nel frattempo, messo in contatto con la rivista francese Economie et Humanisme – diretta da padre Louis Joseph Lebret e specializzata sui temi del sottosviluppo a livello mondiale – per approfondire le sue teorie sullo sviluppo del Mezzogiorno. E da quel punto di osservazione egli influenzò enormemente i contributi di Terza Generazione, la quale ebbe a caratterizzarsi, nel suo breve periodo di vita, per le inchieste sociali che conduceva nei territori e per l’approfondimento dei temi dello sviluppo locale e di quello meridionale, in particolare.

Lo scambio tra Sebregondi e padre Lebret fu molto fecondo soprattutto perché permise allo studioso italiano di cimentarsi sui temi dei movimenti sociali, sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati, e di approfondire le possibilità di una loro più rapida espansione.

L’economista dello sviluppo, Enzo Caputo, in un saggio del 2012 ha analizzato lo scambio epistolare tra Sebregondi e Lebret. E ne vien fuori un ritratto davvero sorprendente sulla capacità dello studioso d’indagare fenomeni così lontani dalla sua esperienza quotidiana. Con grande acume etico e politico, egli avverte il religioso sui rischi di derive populiste e terzomondiste nel dedicare energie intellettuali in una teorizzazione organica di un modello sociale nuovo capace di superare il capitalismo e il socialismo. E consiglia il leader di Economie et Humanisme di orientare il movimento che si batte per l’autodeterminazione dei popoli verso un’azione pragmatica di costruzione di soluzioni fattibili, dialogando con le diverse ideologie in campo e differenziandosi da esse con la testimonianza di un umanesimo moderno.

Egli pone l’esigenza di una nuova governance che rifletta la centralità dello sviluppo nell’epoca contemporanea, favorendo l’incontro e il confronto tra uno Stato garante e promotore di soluzioni corrispondenti agli interessi dei diversi soggetti sociali e i movimenti di questi soggetti organizzati. Tali movimenti presentano problematiche complesse che non s’identificano con quelle di una classe o di una categoria, ma riguardano “pezzi di società” in contesti specifici (nazionali, sub-nazionali). E gli Stati moderni, nelle loro dimensioni nazionali, sovra-nazionali, regionali, possono aprirsi alle diverse istanze dei movimenti e proporre soluzioni di garanzia perché la loro stessa natura è cambiata. “Il ceto medio… diviene la vera base sociale dello Stato, concepito come nuovo centro d’iniziativa autonoma, visto come unico elemento capace di moderare l’antagonismo delle posizioni estreme, di evitare le rotture, di garantire il diritto, la stabilità dell’occupazione, il contenuto reale del salario, la continuità di un progresso del tenore di vita”.

Secondo Sebregondi, di fronte a questo tipo di Stato, i movimenti devono essere in grado di organizzarsi e d’interloquire, dandosi forme nuove di rappresentanza: “una nuova organizzazione che sia insieme di tutela e rappresentanza dei nuovi interessi: una controparte non meramente oppositrice ma integratrice dell’iniziativa statale… I partiti regolano la forma di potere e organizzano le forze che sostengono quella forma… agiscono per il rispetto o per la trasformazione costituzionale, per la formazione delle leggi, per la composizione del governo, per la determinazione dei metodi di governo. Ma si trovano disarmati per quanto riguarda la formazione, la determinazione e la scelta della materia di governo, potremmo dire del contenuto del potere”.

Nella società contemporanea – egli afferma – “i partiti non hanno strumenti propri per giudicare in sé e per manovrare direttamente questa materia: e se, come oggi avviene, per carenza di altre appropriate istituzioni o per timore di perdere un predominio assoluto, tentano di penetrare in questa sfera di competenza, riescono soltanto a creare confusioni di sedi e di termini, a mostrare la propria inadeguatezza… La crisi odierna dei partiti consiste per buona parte nel sentirsi e mostrarsi incapaci di dominare una realtà che non è di loro competenza. I partiti stessi, pertanto, potranno ritrovare una propria solidità istituzionale e chiarezza operativa via via che nuove istituzioni e organismi verranno ad assumere e a condurre, in forma propria, i nuovi rapporti tra cittadini e Stato”.

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