Lo sviluppo dal basso in Sebregondi - Le aree depresse

Indice articoli

Le aree depresse

Sebregondi svolse la sua intensa attività di studioso alla luce di un pensiero fondato essenzialmente su due elementi rilevanti: 1) la convinzione che lo sviluppo di una determinata area, per non essere effimero, deve essere autopropulsivo; 2) il giudizio di inadeguatezza di una concezione che limita il concetto di sviluppo ad una dimensione economica.

Secondo la sua concezione, gli interventi per le aree depresse, individuata la dimensione territoriale più adeguata, devono favorire “ un sistema in cui si attuino e si sviluppino, per forza autonoma, i processi di agglomeramento e di cumulazione”. “È importante sottolineare – aggiunge Sebregondi – il concetto di autopropulsività, ossia della rottura in radice della situazione di ristagno”. Una politica di sviluppo quindi deve puntare a favorire la migliore combinazione dei diversi fattori, ma soprattutto influendo “sull’atteggiamento e sulla volontà delle popolazioni che devono sostenere ed orientare le politiche di sviluppo. Una politica di sviluppo che non riesca ad essere autosviluppo diviene un’imposizione o un’elargizione gratuita senza seguito. Lo sviluppo di una società non può essere né regolato né imposto. Ciò non significa che non debbono esservi interventi e assistenza dall’esterno. Anzi, senza questi interventi non può generalmente originarsi – almeno nelle società depresse o arretrate – l’avvio del processo di sviluppo, il passaggio dalla stasi e dall’involuzione allo sviluppo. Ma in che deve consistere, più precisamente, quest’apporto, per non essere a sua volta inefficace od oppressivo? Oggi in pratica, i paesi sviluppati – almeno nell’Occidente – si comportano come se fosse sufficiente l’apporto di capitali, di moderni strumenti di lavoro, di cognizioni tecniche. Tutto ciò è di certo indispensabile ma non sufficiente. Ciò che occorre in primo luogo è l’apporto di un principio motore, di motivazioni ideologiche che sollecitino a volere lo sviluppo, e quindi a procurarsi e utilizzare i mezzi propri e altrui per attuarlo”.

Molto interessante è la riflessione che Sebregondi compie sul sostegno pubblico alle iniziative imprenditoriali private. Se la difficoltà per iniziative imprenditoriali nelle aree depresse è conseguenza di una crisi generale del sistema istituzionale e politico l’ente pubblico non può “surrogare” l’iniziativa privata. L’ordinamento istituzionale non deve né sostituire l’iniziativa privata né “sanarne” le deficienze. Deve svolgere una funzione di garanzia, eliminando le strozzature che condizionano o impediscono l’iniziativa imprenditoriale privata.

“Il problema principale – egli scrive – non è quello del livello del reddito, ma delle fonti del reddito; ed il vero lavoro da fare, per sostenere lo sviluppo non è quello di puntare ad un rapido incremento di produzione di beni e redditi, ma a promuovere la migliore combinazione dei fattori produttivi, evitando il rischio che vi siano squilibri tra consumi e capacità produttiva, tra capitali tecnici e capitale umano; tra economia e istituzioni. Insomma lo sviluppo non è solo una categoria economica: nell’economia di piano, quindi, assumono preminente rilievo i livelli di occupazione, di investimenti, di reddito, ecc., come misurazioni statiche di disponibilità di fattori e come indicazione di traguardi successivi eteronomamente determinati. Viceversa, nel sistema autopropulsivo e autonomo, l’aspetto statico di tali livelli passa decisamente, come si è visto, in seconda linea rispetto alla problematica del movimento interno del sistema, dei suoi vizi e delle condizioni di riattivazione”.

In uno scritto del 1953 Appunti sullo sviluppo armonico, Sebregondi offre una definizione di reddito che anticipa temi divenuti oggi di moda: “La realtà è che non ci siamo ancora decisi a introdurre fra gli elementi formativi del reddito – inteso come complesso di beni e di valori reso disponibile per la soddisfazione dei bisogni umani – una serie di valori culturali, morali, religiosi, affettivi, che sono pur decisivi per il giudizio, la scelta e l’azione anche economica: valori che sono decisivi nell’uomo per giudicare dell’economicità o meno di una determinata azione. Finché dunque l’economia non potrà tenere sistematicamente conto di valori che entrano nel reddito reale degli individui e delle società, non potrà darne misura quantitativa o si sforzerà di valutare a prezzi di mercato valori che non sono oggetto di mercato, non avrà la possibilità di misurare con sufficiente approssimazione la convenienza di determinati impieghi di denaro, di forze di lavoro, di strumenti tecnici e di risorse naturali. Né potrà stabilire con sufficiente approssimazione una corrispondenza fra livello di reddito e grado di sviluppo”.

La sociologia

Accanto all’impegno nella SVIMEZ, Sebregondi continuò a svolgere una intensa attività in gruppi che agivano sul piano culturale e tecnico-politico intorno alla figura di Balbo. Nel 1951, si strutturò un gruppo multidisciplinare che si era dato il compito di ripensare le diverse discipline in vista di una rifondazione del quadro culturale ed economico nazionale, una fucina per la formazione di una nuova classe dirigente. Parteciparono in fasi diverse, oltre Sebregondi, Fè d’Ostiani, Motta, Napoleoni, Scassellati, anche Achille Ardigò, Aimone e Paolo Balbo, Ernesto Baroni, Bartolo Ciccardini, Gianni Baget Bozzo, Renzo Caligara, Franco Maria Malfatti, Italo Martinazzi, Nino Novacco, Ettore Sobrero.

Nel gruppo, Sebregondi era responsabile per l’area sociologica. Egli non aveva una preparazione specifica su tale materia e, nelle Università italiane, questa disciplina era stata di fatto bandita per iniziativa di Benedetto Croce, d’intesa con Giovanni Gentile. La sua curiosità intellettuale lo portò, dunque, ad attingere direttamente alle esperienze di altri Paesi. Dopo una prima produzione, il gruppo fu costretto a rinunciare alle sue ambizioni per alcune divaricazioni interne e per contrasti con i dirigenti democristiani e la gerarchia ecclesiastica.  Nel 1953, il gruppo si sciolse e in parte si frammentò. In particolare, Balbo e Scassellati daranno vita – con un gruppo di dossettiani rimasti senza la loro guida che si era ritirata dalla politica – alla rivista Terza Generazione e contribuiranno alla costruzione di una sinistra democristiana.

I più letti oggi

I più letti del mese

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione