Poche quelle che hanno adottato i modelli organizzativi previsti dal D.Lgs. 231

Solo un terzo delle imprese italiane si sono attrezzate per difendersi dal rischio corruzione e hanno adottato le contromisure per evitare la responsabilità amministrativa da reato. Nonostante la possibilità, presente da oltre 15 anni, di adottare i modelli organizzativi previsti dal Dlgs 231/2001 che ha introdotto la responsabilità amministrativa per le aziende da aggiungere a quella penale in cui possono incappare i dipendenti.Una responsabilità che appunto può essere evitata se l’impresa si è dotata di un modello ad hoc fatto anche di organismi di vigilanza, sistemi disciplinari e codici etici. 

Il dato emerge da un’indagine su 45 imprese, soprattutto Pmi, di 8 Regioni (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia) effettuata da Confindustria e Tim. L’indagine oltre ai ritardi mostra infatti anche una volontà delle imprese di recuperare il tempo perso: l’87% delle aziende dichiara di conoscere la disciplina sulla responsabilità amministrativa anche se solo il 36% ha adottato un modello organizzativo (la stragrande maggioranza sono grandi imprese) e il 40% ha attivato corsi di formazione. Ma allo stesso tempo ben tre quarti di chi è privo di contromisure anti illeciti è intenzionato ad adottarle. I più restii puntano il dito contro la complessità delle norme, gli oneri eccessivi e anche lo scarso riconoscimento dei modelli organizzativi da parte dei giudici. Non è un caso che il ministero della Giustizia stia lavorando a una revisione delle norme. 

Più nel dettaglio chi si è già attrezzato nel 37% dei casi ha affidato le funzioni di organismo di vigilanza al collegio sindacale o ad organi equiparabili (consiglio di sorveglianza e comitato per il controllo di gestione). Cruciale anche l’adozione di un sistema disciplinare espressamente previsto dal Dlgs 231 di cui un quinto delle aziende “in regola” non si è munito. Chi lo ha fatto indirizza nel 31% dei casi le sanzioni solo alle posizioni apicali, il 23% a chi è sottoposto a vigilanza e il 46% a diverse categorie di dipendenti. Importante anche il codice etico il cui ruolo è stato riconosciuto anche dalle pronunce dei giudici e le imprese ne sembrano consapevoli visto che l’88% ce ne ha uno. Inoltre ha preso piede anche la pratica del cosiddetto whistleblowing, la possibilità cioè di agevolare i dipendenti a denunciare le violazioni: ben l’87% delle aziende l’ha regolata, la metà di queste ha introdotto una casella di posta elettronica per le segnalazioni mentre il 28% prevede che siano inviate alla mail dell’organismo di vigilanza. In ogni caso un terzo di questi strumenti garantisce l’anonimato. Infine dall’indagine emerge che solo il 35% delle imprese ha adottato regole di comportamento per i rapporti con la Pa (omaggi, spese di rappresentanza, visite ispettive di funzionari pubblici, ecc.), nonostante il 67% percepisca un rischio elevato di corruzione. E solo il 27% delle aziende intervistate prevede misure per far emergere conflitti di interesse.

 

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